Nel 1956 Genova aveva sete, così l’ho dissetata (video di Tabloid)

Pubblicato il 23 giugno 2017 alle 18:15 da Filippo Cartosio

Le memorie di Vittorio Sardo, il geometra che costruì le gallerie dell’acquedotto del Brugneto: quella straordinaria impresa ingegneristica, realizzata fra il 1956 e il 1959, soddisfò l’urgente fabbisogno idrico di una città in tumultuosa espansione demografica e industriale.

Brugneto12La diga del Brugneto, in val Trebbia, è l’opera maggiore dell’Acquedotto pubblico del Brugneto, costruito fra il 1956 e il 1959 per volontà del Comune di Genova, sotto il mandato del sindaco Vittorio Pertusio. Era la fine degli anni ’50, c’era il boom demografico ed economico, Genova cresceva veloce verso 1 milione di abitanti e aveva sete: bisognava garantire l’approvigionamento idrico non solo alla popolazione in forte espansione, ma anche all’Italsider, la grande fabbrica siderurgica appena costruita a Cornigliano, i cui altoforni bevevano grandi quantità d’acqua. Gli acquedotti privati esistenti, Nicolay e De Ferrari Galliera, costruiti nella seconda metà dell’Ottocento, non erano più sufficienti, e si decise di costruire, a tempo di record, un nuovo acquedotto pubblico che captasse l’acqua in Val Trebbia attraverso la costruzione di un bacino artificiale. La costruzione dell’Acquedotto del Brugneto fu una grande impresa ingegneristica. ma soprattutto un’epopea di uomini. Il progetto dell’opera, diga e acquedotto, fu affidato dal Comune ad Amga (oggi Iren), l’azienda municipalizzata dell’acqua e del gas, che aveva eccellenti professionalità fra i dirigenti e i tecnici e, come accadeva in quei tempi, un’altissima cultura del lavoro e dell’organizzazione. Questo consentì di realizzare l’opera in tempi eccezionalmente ridotti, facendo lavorare i vari cantieri giorno e notte e coordinando numerose aziende in appalto. C’erano centinaia di tecnici e operai impegnati in vari luoghi: la cava di estrazione del calcare per il calcestruzzo dell’enorme diga, il cantiere della diga stessa, le gallerie di adduzione dell’acqua dal nuovo invaso alla città. I minatori delle gallerie venivano dall’Abruzzo, i carpentieri in legno che armavano le stesse gallerie dalla Garfagnana, altri tecnici erano bresciani, altri calabresi. C’era grande collaborazione e si creò amalgama. Alla fine si costruì una grande opera: il lago artificiale del Brugneto è lungo 3 km e profondo 77 metri, la diga ha una larghezza di 260 metri e contiene  25 milioni di metri cubi d’acqua, e dalla diga alla città c’è una condotta di 16 km quasi integralmente scavata in galleria. Questo video è dedicato alle memorie di Vittorio Sardo, classe 1932, che partecipò a questa epopea con il ruolo di geometra topografo delle gallerie, nel team della direzione lavori che aveva a capo l’ing. Ugo Bossi. Sardo, dopo 3 anni da dipendente della Provincia di Genova come ‘assistente avventizio diurnista’, venne assunto da Amga nel 1956, a 24 anni, con un concorso finalizzato proprio alla ricerca di professionisti da impiegare nella costruzione del Brugneto: il suo delicato ruolo era garantire la pendenza delle gallerie, impercettibile: l’1 per mille, ovvero 1 millimetro di pendenza ogni metro. Un lavoro di estrema precisione che necessitava misurazioni e verifiche nel massimo silenzio e concentrazione, ovvero la domenica mattina, unico momento in cui nelle gallerie non erano al lavoro squadre di operai. Le gallerie venivano iniziate da lati opposti del monte: l’incontro fra i due bracci doveva essere perfetto e quando arrivava il momento dell’esplosione dell’ultima mina per abbattere l’ultimo diaframma tutti trattenevano il respiro. Sardo ricorda che la congiunzione fra i due bracci dell’ultima delle tre gallerie fu perfetta: solo 35 millimetri di disallineamento degli assi, un lavoro eccezionale di cui tutti furono orgogliosi. La grande opera del Brugneto ebbe un forte impatto sul territorio povero della Val Trebbia, abitato da contadini che praticavano agricoltura di montagna: molte strade e mulattiere per esempio vennero sommerse dall’allagamento del bacino artificiale. Tuttavia, le popolazioni locali non vennero compensate da nessun beneficio, perché all’epoca non erano ancora previste quelle che oggi si chiamano opere di compensazione. Per esempio, nonostante i cantieri della diga e delle gallerie fossero serviti da linee elettriche ad altissima tensione, nessuno pensò di portare l’energia elettrica nelle piccole frazioni della zona, dove c’erano linee a bassissima tensione sufficienti appena ad accendere una lampadina e un falegname non poteva avere nemmeno una sega elettrica. L’acqua pubblica è ancor oggi un bene importante: un provvedimento del maggio 2017 di Città metropolitana di Genova ha tagliato la bolletta dell’acqua ai Comuni, e alle piscine pubbliche, perché lo sport ha valore sociale. A questi utenti l’acqua, che prima costava ca 2,5 euro al mc, adesso costa poco più di 1 euro al mc.




 
  23/06/2017 - 18:15 - Notizie Metropolitane 2017 / 173 / 34125

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