Romaggi, il castello che non c’è (video di Tabloid)

Pubblicato il 01 giugno 2017 alle 16:29 da .

Sembra una collina come tante altre, ma quella di Romaggi, nel comune di San Colombano Certenoli in Val Fontanabuona, fu sicuramente sede di un castello, di cui però si persero le tracce già mille anni fa. Il piccolo borgo ha molte bellezze: fasce coltivate scenografiche, una splendida chiesa settecentesca, un sistema di teleferiche e insospettabili architetture rurali.  

ROMAGGI1La storia del castello che non c’è inizia molti secoli fa su un poggio erboso che domina la Val Fontanabuona, nei pressi di San Colombano Certenoli. E’ l’altura dove oggi sorge il piccolo borgo di Romaggi, un pugno di case appoggiate sul punto più elevato di un ripido crinale, con vista panoramica a 360 gradi. Qui anticamente esisteva con ogni probabilità un fortilizio, perché il nome dell’altura è sempre stato Castello, ancora nelle accurate carte topografiche del Settecento, e la toponomastica è una spia molto precisa delle antiche funzioni dei luoghi. Ma, come spiega Renato Lagomarsino, cultore di storia locale di questa parte della Val Fontanabuona, la fortezza deve essere stata abbandonata già intorno all’anno Mille, proprio quando l’Europa feudale si riempiva di castelli per difendersi dalle invasioni (il fenomeno del cosiddetto ‘incastellamento medievale’, fra X° e XI° secolo), perché dal XII° secolo in poi non esiste alcun documento che attesti l’esistenza di un castello in questo luogo. Se dell’ipotetico castello non resta alcuna traccia visibile, a pochi metri di distanza dalla sommità della collina del Castello si trova un microscopico borgo, chiamato Castello anche lui, che oggi è una propaggine disabitata del paese di Romaggi propriamente detto, ma che fino a 40 anni fa era abitato, e dove si può ancora facilmente leggere nelle pietre la sapienza costruttiva degli abitanti del luogo: un esempio di architettura rurale, semplice e possente, del quale si apprezzano ancora elementi architettonici con un valore estetico, in particolare le pietre angolari squadrate lungo gli spigoli delle case e le volte dei passaggi coperti fra una casa e l’altra, costruite con pietre piatte messe di taglio. Oggi gli abitanti di Romaggi sono complessivamente 40, contando anche quelli che vivono nella dirimpettaia frazione di Costa di Romaggi, ma fino a non molti decenni fa questi luoghi erano pieni di vita e di attività, e poiché entrambi i pendii della collina su cui il paese sorge sono molto scoscesi l’ingegno dei residenti escogitò come mezzo di trasporto pratico e veloce, di cose ma anche di persone, la teleferica. A Romaggi se ne vedono ancora moltissime, per la gran parte ormai in disuso ma alcune ancora in esercizio. La principale è però pubblica, ha due rami che collegano il borgo con il fondovalle della Val Fontanabuona e con Costa di Romaggi e venne costruita da un consorzio di cittadini negli anni ’50 del Novecento, prima cioè che nel decennio successivo venisse costruita l’attuale strada. Il paesaggio di Romaggi, come quello di gran parte dell’Appennino genovese, fino a 50 anni fa era molto diverso da quello selvaggio che vediamo oggi, dove la foresta si espande senza freno mangiando i terreni un tempo adibiti a pascoli e a coltivi. Per secoli, infatti, qui le colline sono state disboscate, terrazzate e dissodate per ricavarne coltivazioni. Il risultato di questo durissimo lavoro di generazioni è la bellissima ordinata sequenza della ‘fasce’, che pur ormai superstite solo in alcuni piccoli angoli del territorio, conserva una bellezza paesaggistica straordinaria. Le ricerche condotte sui registri parrocchiali di Romaggi da Sergio Gabrovec, altro cultore di storia locale che collabora con Lagomarsino, hanno scoperto che in passato, mentre la grande maggioranza degli uomini era impiegata in agricoltura, le donne erano in gran numero occupate nella produzione tessile, come tessitrici o filatrici. La chiesa che conserva i registri parrocchiali di Romaggi, di origini medievali anche se restaurata nelle forme attuali all’ultimo decennio del Settecento, si presenta oggi in splendide condizioni, grazie al recentissimo restauro dovuto alla munificenza di un cittadino americano discendente di emigranti, John Holson, nipote di una Teresa Chiesa che per volere testamentario destinò una somma proprio al restauro della chiesa.




 
  01/06/2017 - 16:29 - Notizie Metropolitane 2017 / 151 / 33949

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