Dal ‘200 a De André, tutta la lingua genovese fra dogi, mercanti e sovrani (video di Tabloid)

Pubblicato il 05 ottobre 2017 alle 15:38 da Stefano Villa

All’Archivio di Stato di Genova fino al 2 dicembre una mostra preziosa e originale declina lo straordinario patrimonio millenario della lingua che i genovesi hanno portato nel mondo.

Nel 1473 per annunciare la sua vittoria contro il turcomanno Huzun Hasan ai governanti di Chio, colonia della Superba nell’Egeo, il sultano ottomano Maometto II scrive in genovese. Lingua di mercanti e dogi il genovese è stato infatti anche lingua della diplomazia con imperatori e sovrani, lingua popolare e aulica, dalla letteratura al teatro alle canzoni, dai lunari alle ricette. Ne declina lo straordinario patrimonio millenario una preziosa e originale mostra all’Archivio di Stato di Genova, scrigno di fonti vive di storia, memoria e radici per il futuro.
“L’Archivio di Stato – dice la sua direttrice Annalisa Rossi – ha proprio la missione istituzionale di conservare, per la loro fruizione, le fonti, punto d’inizio di ogni storia. Vogliamo fare in modo che il maggior numero possibile di persone possa conoscere queste origini, fondamentali per ritrovare il proprio passato, riconoscere la propria identità e aprire prospettive di sviluppo futuro, individuali ma soprattutto collettive e sociali”.
La mostra Il Genovese, Storia di una lingua, con documenti dell’Archivio di Stato e di altri importanti istituti culturali e di conservazione della città, è stata curata dal professor Fiorenzo Toso e da Giustina Olgiati dell’Archivio di Stato.
Lingua agli inizi soprattutto parlata, il genovese assume forma scritta nel XII secolo e dal ‘200 sviluppa una ricca letteratura, a cominciare dal celebre Anonimo Genovese.
“Nel XIII secolo – dice Giustina Olgiati – questa è diventata addirittura la lingua della letteratura in versi e bisogna dire che l’Anonimo Genovese è proprio il simbolo di Genova, amatissimo, dalla città raccontata e fatta protagonista delle sue liriche”.” 
Lingua dei discorsi dei Dogi al Gran Consiglio, lingua dell’amministrazione, il genovese è stato anche la lingua per la diplomazia e i rapporti con altri popoli e sovrani.
“Succede – racconta Giustina Olgiati – nei luoghi dove i genovesi hanno il loro governo. Per esempio in Crimea, dove a Caffa le comunità armena ed ebraica si rivolgono non ai genovesi locali, ma addirittura ai protettori del Banco di San Giorgio, i capi del governo centrale. Si salta la parte in latino e il colloquio avviene in lingua genovese anche con le potenze orientali, dai Tartari nel ‘300 ai sultani turchi fra ‘300 e ‘400 e anche al re di Tunisia. Ovviamente non possiamo pretendere che il sultano turco leggesse in genovese, ma i traduttori, i torcimani, che lavoravano per entrambe le cancellerie erano genovesi con una perfetta conoscenza della lingua del posto e facevano delle vere e proprie traduzioni autenticate”.
E il genovese nei secoli ha saputo espandersi in tutto il mondo.
“Molto prima dell’emigrazione dell’800, già dal Medioevo – dice Olgiati – attraverso i nostri mercanti che sono anche ambasciatori dello Stato. A Genova si nasceva parlando genovese, il latino si imparava a scuola. E in questo modo la lingua genovese si espande in tutto il Mediterraneo, dalle coste d’Africa alle isole dell’Egeo alla Crimea prima ancora di attraversare l’Atlantico e arrivare in America Latina”. Lingua dell’amministrazione, della diplomazia, dei testi sacri, ma anche della grande letteratura, con una straordinaria fioritura poetica a partire dal ‘500, poi nel teatro e nel ‘900 anche alle canzoni.
“Anche la letteratura politica nata per esaltare i dogi biennali – dice ancora Giustina Olgiati – vede la composizione poetica in lingua genovese dal ‘500. Gian Giacomo Cavalli poi la porta ai massimi vertici con Ra Citarra e questa lingua arriva anche nel teatro. Prima solo con alcune parti recitate in genovese nel ‘600 e poi con Steva De Franchi interamente in genovese con la rielaborazione completa delle commedie di Molière, sino ad arrivare a Niccolò Bacigalupo che sarà poi anche ispiratore, inconsapevolmente perché ormai scomparso, con le sue commedie come canovacci per la straordinaria figura di Gilberto Govi”.
E Govi è centrale anche per la canzone in genovese degli anni Venti.
“Questa canzone nasce relativamente tardi e nasce con Mario Cappello nel 1925 con Ma se ghe pensu che fa vibrare le corde dei genovesi quando è recitata da Govi ed è stata poi cantata da interpreti eccezionali, pensiamo anche a Mina. La canzone genovese, nata come canto nostalgico, malinconico, degli emigranti successivamente evolve sulla base di altri ritmi, dallo swing con Natalino Otto, alla bossanova e alle canzoni brasiliane con Bruno Lauzi e poi Fabrizio De André la conduce nei ritmi del Mediterraneo con Creuza de ma e le sue prime canzoni”.
Il genovese comincia a diventare anche lingua scritta nel 1100, ma passeranno altri sette secoli per avere i primi dizionari genovese – italiano.
“Dobbiamo aspettare gli anni fra il 1841 e il 1857 – spiega Giustina Olgiati – un periodo fondamentale per lo studio del genovese con la pubblicazione dei tre dizionari Oliveri, Casaccia e Paganini che rimangono un punto di partenza imprescindibile della nostra lingua, anche per termini che il genovese, lingua viva, magari non utilizza più.”
E questa mostra, aperta sino al 2 dicembre a ingresso gratuito, aspetta davvero tutti.
“Ce n’è davvero per tutti i gusti e per tutti gli interessi – dice Annalisa Rossi – e vorrei proprio che da qui al 2 dicembre non restasse un solo genovese senza averla vista”




 
  05/10/2017 - 15:38 - Notizie Metropolitane 2017 / 277 / 34756

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